UOMINI E TOPI – JOHN STEINBECK

A volte le migliori amicizie possono nascere nelle peggiori condizioni. Affrontare le sofferenze della vita da soli non è semplice e condividere un sogno (oltre alla fatica), per quanto questo possa sembrare lontano o irrealizzabile, aiuta a rendere la vita meno amara. “Uomini e topi” narra la storia di George e Lennie, due tramps americani nella California del primo dopoguerra. Il tramp è un nomade che gira il paese trovando lavoro temporaneo nei ranchesRisultati immagini per uomini e topi libro. Un lavoro spesso alienante e solitario, come chiarisce lo stesso George:

«Gente come noi, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo. Non hanno famiglia. Non sono di nessun paese. Arrivano nel ranch e raccolgono una paga, poi vanno in città e gettano via la paga, e l’indomani sono già in cammino alla ricerca di lavoro e d’un altro ranch. Non hanno niente da pensare per l’indomani».

Lennie e George sono due uomini diametralmente opposti sia sul piano fisico che su quello intellettuale: alto, forte, dall’animo gentile e una mente infantile il primo, basso meno robusto ma sveglio e intelligente il secondo. Due facce della stessa medaglia che hanno bisogno di stare insieme per completarsi. George cerca sempre di evitare che Lennie finisca nei guai, e sebbene questo ruolo di “guardiano” possa risultare pesante e a volte complicato, ad unirli è una sincera amicizia e il sogno di comprare un podere per poter lavorare finalmente solo per se stessi.

«Lennie era felice. «È così, è così. E adesso dimmi com’è per noi».
George riprese. «Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. (…). Lennie interruppe: «Noi invece è diverso! E perché? Perché… perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché». 

Il romanzo si apre con i nostri protagonisti che, dopo essere stati costretti a scappare dall’ultimo ranch in cui avevano prestato servizio a causa di un incidente di cui Lennie si è inconsapevolmente reso responsabile, prendono servizio presso un nuovo datore di lavoro. Qui facciamo conoscenza con gli altri personaggi tra cui il vecchio e nostalgico Candy, oramai relegato alle pulizie delle camerate in seguito ad un grave incidente sul lavoro, Crooks, lo stalliere di colore, cinico e disilluso, che ha dovuto subire tutto il peso della segregazione razziale e la moglie di Curley, il figlio del padrone, bella ma insoddisfatta della sua vita, intenta a crogiolarsi al pensiero di ciò che poteva essere ma costretta a scontrarsi con la realtà dei fatti e delle sue ambizioni fallite. Queste personalità così diverse sono tuttavia accomunate da una profonda solitudine e da una disperata ricerca della felicità che a volte sembra così vicina eppure irraggiungibile.

La forza di questo romanzo sta proprio nei personaggi, nella capacità di Steinbeck di renderci partecipi delle loro emozioni in modo semplice e diretto, emozioni che emergono ad ogni pagina e ci restituiscono, attraverso una buona dose di realismo, uno spaccato del clima culturale dell’epoca. Le tematiche toccate in Uomini e topi sono diverse: dalla precarietà dell’uomo, all’odio razziale, dalla povertà alle ingiustizie sociali. La prosa è semplice ma alterna a dialoghi quanto più fedeli possibile al modo di parlare un po’ sgrammaticato delle fasce di popolazione più umili (di cui fanno parte i nostri protagonisti) ad un lessico ricercato nelle parti descrittive.

Nel finale (di cui non parlo per non rovinare la lettura a chi fosse interessato) sta tutta la forza del libro e il suo significato più profondo. Questo romanzo, pur nella sua brevità, rappresenta una lettura significativa che mi sento assolutamente di consigliare a tutti.

 

 

Francesca M.

 

 

 

 

AMERICAN GODS – NEIL GAIMAN

Shadow, dopo tre anni trascorsi in carcere per aver commesso un furto insieme alla moglie Laura e al suo migliore amico, Robbie Burton, è finalmente pronto a tornare alla vita di tutti i giorni. Poco prima del rilascio però gli viene comunicato che sia la moglie che l’amico sono morti, insieme, in un misterioso incidente stradale. Gli unici due appigli che gli erano rimasti, le uniche due speranze di un ritorno alla normalità dopo gli anni di “non-vita” trascorsi in prigione, vengono spazzati via in una volta sola.      Risultati immagini per american gods neil gaiman              Sull’aereo che lo riporta a casa, Shadow fa conoscenza con l’enigmatico Mr. Wednesday che gli offre di lavorare per lui come bodyguard. Dopo qualche resistenza il nostro protagonista finisce per accettare. Quello di Shadow però non è un lavoro che potremmo definire convenzionale, così come convenzionali non sono il suo datore di lavoro, nè i suoi compagni d’affari e tanto meno i suoi concorrenti. Wednesday altri non è che Odino, il Padre di ogni cosa, la somma divinità del pantheon norreno. La sua missione? Radunare, con l’aiuto di Shadow le antiche divinità che, approdate insieme alle varie popolazioni che sono giunte in America nel corso dei secoli, adesso non sono più venerate come un tempo e sono finite a vivere di espedienti. L’obiettivo? Muovere guerra alle nuove divinità che hanno preso il loro posto nel cuore  e nella mente degli uomini: Soldi, Televisione, Media, Tecnologia, (rappresentanti della nuova era della globalizzazione) e acquistare nuovamente il potere perduto. Quello di Shadow è un viaggio in un’America con atmosfere da noir, a tratti volutamente grottesche così come grotteschi e molto “fumettistici” sono alcuni dei personaggi che, persa l’aura divina devono reinventarsi e agire, spesso al di fuori delle regole convenzionali, da bravi trickster (personaggi umani o animali antropomorfi, abili nell’imbroglio). Parallelamente alle avventure del protagonista abbiamo delle parentesi storiche (sempre in chiave romanzata) sui culti portati in America dalle varie ondate migratorie verificatesi nel corso dei secoli e che hanno dato vita a quella sovrapposizione di devozioni, miti, leggende che costituiscono il substrato multiculturale del Nuovo Continente. Ognuno di essi ha avuto una sua “età dell’oro” per poi venire surclassato dal nuovo, così come ogni cosa sulla Terra è destinata a nascere, mutare e perire per lasciare spazio a ciò che verrà dopo. In questo caso il vecchio è rappresentato dalle divinità ormai superate, mentre il nuovo da idoli immateriali che noi esseri umani abbiamo eletto al rango di divinità. Perché alla fine il nocciolo della questione è questo: è l’uomo ad avere in mano le redini della storia. “Se veniamo dimenticati siamo finiti”, dice Mr. Wednesday a Shadow. È l’uomo con le proprie idee, credenze e valori a dare forma al mondo che lo circonda e la memoria gioca un ruolo fondamentale in questo processo.

American Gods non è solo un fantasy che coinvolge perché ti porta alla scoperta di luoghi misteriosi e intriganti (così come i personaggi che li abitano) ma è molto di più; è un lavoro maturo, adulto, che ha diversi livelli di lettura. Fa riflettere perché ci sbatte in faccia in modo ironico ed arguto tutti i  difetti dell’essere umano e sottolinea come la società in cui viviamo si sia evoluta, purtroppo, non sempre in modo positivo. Il romanzo non è esente da difetti come ad esempio il mancato approfondimento psicologico di alcuni personaggi, primo tra tutti (a mio parere) quello della moglie del protagonista. Tuttavia lo stile dell’autore, l’ironia, la ricchezza di dettagli, la fantasia, il coraggio di mettere mano all’enorme bagaglio culturale della mitologia non solo norrena ma egizia, africana, slava, irlandese, dei nativi americani, ecc.. rende American Gods un’opera interessante ed accattivante per gli appassionati di queste tematiche, e non solo.

Francesca M.

La mite – Fedor Dostoevskij

ALLA RICERCA DI UN SENSO…

“Quando non sai cosa leggere, leggi un Dostoevskij e non rimarrai delusa”, consiglio che ho presto fatto mio e del quale riconosco la validità! Ecco quindi una brevissima recensione de La mite.

Una ragazza, suicida, è distesa sul suo letto di morte, si è appena gettata dalla finestra e suo marito, un usuraio ex ufficiale, ricostruisce in un monologo le vicende che hanno portato al tragico epilogo. Dostoevskij definisce questo breve romanzo come appartenente al genere “fantastico”, non perché vi siano trattati argomenti non aderenti alla realtà, anzi pare sia stato proprio un fatto di attualità (il suicidio di una giovane donna gettatasi dall’abbaino di un grande palazzo stringendo al petto l’immagine di una Madonna) a ispirare allo scrittore l’idea del racconto. Risultati immagini per la mite dostoevskijL’elemento fantastico sarebbe quello di immaginare la presenza di uno stenografo che avrebbe annotato i pensieri dell’uomo e a cui lo scrittore sarebbe poi subentrato per dare forma agli appunti.
Questo monologo, in cui si sprigiona tutto il “sottosuolo” che i lettori affezionati a Dostoevskij ben conoscono, ruota attorno al tema dell’incomprensione e tutti gli interrogativi che la voce narrante si pone sul perché le cose siano andate in un determinato modo, sono destinati a rimanere senza risposta. Il marito cerca di fare il punto dei propri pensieri ma si smentisce “sia sul piano della logica sia dei sentimenti” come ci spiega l’autore stesso nella nota introduttiva: è il contrasto interiore l’elemento che dà forma e stile all’intero racconto e, il tempo del racconto, visto lo stato confusionale dell’io narrante, non viene a coincidere con il tempo della memoria generando salti temporali e umorali che rendono questo romanzo un mirabile esercizio di stile.

I personaggi usciti dalla penna di Dostoevskij ancora una volta sono una perfetta chiave di lettura dell’animo umano e dei suoi turbamenti e nonostante il respiro ansante del racconto breve, riesce a condensare in una sessantina di pagine così come nelle più voluminose opere, l’insolubile irrequietezza di quell’animale instabile che è l’uomo.

After Dark, Haruki Murakami

La notte.

La notte  per qualcuno è un rifugio, un luogo di riflessione, una chance per far uscire la propria parte nascosta, un tempo per scegliere o addirittura per fuggire, protetti dal buio. Di notte siamo più vulnerabili, o forse più veri?

Questo breve romanzo di Murakami è ambientato proprio nell’arco temporale di una notte, quando il confine tra sogno e realtà è labile. Strani avvenimenti si alternano e ci troviamo a seguire le vicende di due sorelle, Mari ed Eri, una più onirica, l’altra più concreta, terrena. Da un lato, infatti, Eri dorme ma ci accorgiamo quasi subito che c’è qualcosa di anormale. Questa specie di letargo artificiale si prolunga e porta la ragazza ad una sorta di migrazione dimensionale verso un luogo chiuso, claustrofobico. Dall’altro lato abbiamo Mari, la sorella minore, che invece non dorme mai e trascorre il tempo in locali notturni, dove la conoscenza di un ragazzo, Takahashi, concatena lo svolgersi della notte con eventi a volte violenti, con i quali i protagonisti si trovano invischiati in modo più o meno diretto e che hanno a che fare con un motel di un quartiere degradato di Tokyo, che di notte ci appare come depressa, disabitata se non da pochi individui, ossessiva. Risultati immagini per after darkAnche la realtà di Mari però non è esente da strani avvenimenti, come ad esempio specchi che trattengono le immagini riflesse. Ogni personaggio protagonista di queste vicende ha un lato oscuro che emerge in maniera prepotente e gli spiragli di luce sembrano pochi, tuttavia alla fine della notte, quando le tenebre lasciano posto alla luce, si riaffaccia un barlume di speranza e i destini delle due sorelle, prima separati e destinati a non incontrarsi mai, si ricongiungono. La notte per Murakami non è solo un momento di riposo, ma un tempo in cui le nostre esistenze vanno comunque avanti seguendo itinerari che hanno ritmo e colori diversi rispetto al giorno. Un universo non dormiente ma vivo pur su un livello di percezione totalmente diverso. La bellezza letteraria di questo autore consiste, oltre che nella prosa semplice, precisa, molto descrittiva ed evocativa, anche nella sua capacità di renderci credibile ciò che è inspiegabile. Tante cose vengono lasciate in sospeso, eppure siamo portati ad accettare questa scelta come ovvia e naturale. Nessuna storia si completa in questo romanzo, dopotutto la notte è solo un punto di passaggio.

 

 

Francesca M.

 

 

Una vita intera (A whole life) – Robert Seethaler

Andreas Egger, nato nelle montagne austriache agli inizi del Novecent0, è un uomo semplice, potremmo definirlo fatalista. Ha un rapporto di accettazione consapevole nei confronti del destino, non di arrabbiata competizione. Eppure di motivi per odiarlo il destino ne avrebbe: orfano, bistrattato, storpio e privato, in un momento di apparente raggiunta felicità, di tutto quello che ha a causa di una valanga. Ma Egger non è uomo da piangersi addosso, non ha tempo per l’autocommiserazione, Egger è una roccia, una montagna, accetta quello che la vita gli riserva e cerca di trarne il meglio, per quanto possibile.

Risultati immagini per una vita interaSpesso durante la lettura mi sono trovata ad odiare il suo personaggio, ad odiare la sua “passività” e mi sono più volte chiesta che senso abbia vivere senza lottare, senza cercare di rendersi protagonisti della propria vita piuttosto che lasciarsi sballottare qua e là, da una tragedia all’altra. Spesso si dice che la chiave per affrontare la delusione e l’insoddisfazione sia non aspettarsi nulla. Il nostro protagonista sembra fare di questo atteggiamento il suo leitmotiv:

Then he would think about his future, which extended infinitely before him, precisely because he expected nothing of it. And sometimes, if he lay there long enough, he had the impression that beneath his back the earth was softly rising and falling, and in moments like these he knew that the mountains breathed“. (Allora avrebbe pensato al suo futuro, che si estendeva infinitamente di fronte a lui, precisamente perché non si aspettava nulla da esso. E a volte, se stava lì sdraiato abbastanza a lungo, aveva l’impressione che sotto la sua schiena la terra si stesse delicatamente alzando e abbassando, e in momenti come questo sapeva che la montagna respirava).

Con la mentalità semplice, pratica, ma allo stesso tempo saggia dell’uomo di montagna, Egger sa che la natura non è solo quella romantica e magica con i suoi colori e paesaggi mozzafiato, ma è un essere vivente, non statico, è imprevedibile e vendicativa, specialmente se violata. Egli conosce se stesso e conosce i suoi limiti, sa quello che può e non può fare e sa che tutto è precario, che quello che la vita ti dà può benissimo togliertelo senza preavviso. Tuttavia come una montagna, che pur viene scalfita dalle intemperie resiste indistruttibile, così lo fa Egger per il tempo che gli viene concesso.

“Scars are like years he said: one follows another and it’s all of them together that make a person who they are” (Le cicatrici sono come anni, disse: una segue l’altra e sono tutte queste insieme che rendono una persona quella che è).

Così come l’insieme delle cicatrici rende un uomo quello che è, è una somma di momenti indimenticabili a costituire la nostra vita. Questa visione completa, per ovvi motivi, possiamo avercela soltanto giunti alla fine dei nostri giorni. Si dice che prima di morire la vita scorra davanti ai nostri occhi come in una sequenza cinematografica. Anche Egger rivede la propria esistenza, ora tutta intera, ma fatta di dettagli preziosi come i momenti trascorsi con la moglie Marie, sono questi momenti che danno significato a tutto. La vita è ingiusta, questo è un dato di fatto ma per vivere bene dobbiamo essere in grado di riconoscere quei barlumi di felicità che si affacciano di tanto in tanto e cercare di goderne al massimo, accettare attivamente la vita e quello che ci riserva. Egger lo fa, ed è per questo che può morire serenamente, perché appunto dopo “una vita intera”, vissuta pienamente, non può che esserci la morte.

Questo romanzo è pacato, semplice e imponente  al tempo stesso, come le montagne in cui è ambientato.

 

Francesca M.

La storia infinita – Michael Ende

A volte ritornano…

Dopo più di un mese ritorno con una recensione. Devo premettere che la scelta del libro da recensire dipende da una piccola tradizione estiva che ho inaugurato qualche anno fa, ovvero riprendere un libro letto da ragazzina/adolescente e rileggerlo alla luce di una mentalità diversa, più matura. Stavolta è toccato a La storia infinita, un libro a cui sono sempre stata particolarmente legata.

Bastiano Baldassarre Bucci ha perso la madre e vive solo con il padre con cui ha un rapporto difficile e non riesce a comunicare. Vive una realtà fatta di sogni e avventure attraverso le pagine dei libri che tanto ama e che lo allontanano dai tanti problemi di giovane adolla-storia-infinitaescente. Un giorno, mentre sta scappando da un gruppo di compagni di scuola che quotidianamente lo prendono in giro, si rifugia nel negozio di un libraio d’antiquariato. Qui resta colpito da un grosso volume intitolato “La storia infinita”, lo ruba (con l’intento di restituirlo!) e si rifugia nella soffitta della scuola per leggerlo. Dopo poche pagine si scopre protagonista di una storia senza tempo, senza inizio e senza fine, a cui solo lui può dare un senso. Considerare  questo romanzo solo per ragazzi significherebbe sminuirne il valore, è in realtà destinato a chiunque voglia catapultarsi in una fantastica avventura e voglia riflettere. Qui niente è fine a se stesso e nulla succede per caso. Bastiano ha nelle sue mani l’intera storia, è l’unico in grado di spezzare il male che vive a Fantasia, un mondo che posa su fondamenta di sogni dimenticati, ma è anche solo un ragazzino e, se con i suoi desideri può ricostruire un intero mondo, poco alla volta perde di vista il suo di mondo.

La storia infinita è un romanzo molto introspettivo che ha tra i suoi temi principali la riscoperta e l’accettazione di se stessi. Bastiano rappresenta ogni singolo uomo che vorrebbe essere diverso da ciò che è, che sogna di avere quello che ancora non ha, ma Bastiano è anche colui che comprende che al di là della fantasia c’è una vita intera che lo aspetta, la sua, e che può rendere migliore con le sue forze. “Fa ciò che vuoi”, o meglio “Compi la tua vera volontà” è infatti il messaggio scritto sul medaglione indossato dal coraggioso guerriero Atreiu.

L’opinione che ho sempre avuto di questo libro è confermata, un bellissimo romanzo di formazione, un classico sempreverde che tutti i ragazzi (ma non solo) dovrebbero leggere

 

Francesca. M

 

P.S: bellissima l’edizione Longanesi con il testo bicolore, rosso per il mondo reale e verde per Fantasia e con i bellissimi capilettera all’inizio di ogni capitolo a ricordare le miniature medievali!

 

 

Una stanza tutta per sè – Virgina Woolf

INTELLETTO ANDROGINO

 

Breve opinione su un altrettanto breve (ma significativo) saggio di Virginia Woolf del quale consiglio la lettura a tutti, donne e uomini: “Una stanza tutta per sè”. In questo saggio Virginia Woolf si avvale della finzione narrativa per affrontare con ironia, ma senza mancare di profondità, il tema del rapporto tra le donne e la letteratura nel corso dei secoli. Secondo l’autrice alcune delle motivazioni che impedivano alle donne di dedicarsi alla letteratura erano di natura materiale: la mancanza di un reddito che garantisse loro indipendenza economica, un luogo appartato, “una stanza tutta per sé” (da qui il titolo del saggio) in cui dedicarsi completamente alla creazione artistica e l’impossibilità di accedere a molti luoghi (tra cui le biblioteche). A ciò vanno sommati i pregiudizi e le vessazioni da sempre subite. Ciò che mi è piaciuto di questo saggio è che la Woolf offre un’analisi lucida e non di parte. Il suo non è un attacco senza esclusione di colpi contro un presunto “sesso cattivo” (cioè gli uomini), non scade mai nell’invettiva sterile, piuttosto attraverso l’esempio di Charlotte Brönte, ci fa capire come alcune grandi scrittrici del passato, nel tentativo di ribellarsi, anche se ancor timidamente, a quei valori dominanti in una società di tipo patriarcale, si trovassero a cedere a rancorose rivendicazioni che andavano a sminuire la grandezza artistica delle loro produzioni. Nel caso di Charlotte Brönte la Woolf afferma come in “Jane Eyre” l’autrice si perde in divagazioni sul tema della libertà della donna interrompendo in modo brusco il filo narrativo e andando a discapito dei personaggi. Invece Jane Austen (per la Woolf meno talentuosa di Charlotte) ed Emily Brönte costituiscono delle mirabili eccezioni, e la loro grandezza sta proprio nell’essere riuscite a evitare di restare vittime della loro stessa rabbia.La scrittura di Virginia Woolf, se non si considerano alcuni elementi che per forza di cose appartengono al suo tempo, è assolutamente moderna e le sue intuizioni lungimiranti. Tolto il sipario tipico di inizio XX secolo, eccola che appare con guizzi formidabili, con pensieri che ci parlano come se fossero stati espressi oggi. Quando ci illustra la sua stanza, porta con sé una ventata di modernità, soprattutto quando parla dei due sessi fino a trasformarli in uno solo: l’intelletto androgino. Perché quando l’intelletto è grande, non conosce differenze.

 

Francesca M.

2001 Odissea nello spazio, tra scienza e religione

2001 Odissea nello spazio è un film di Stanley Kubrick del 1968. Credo non esista essere umano sulla Terra che non ne sia a conoscenza e se non lo è dovrebbe perché ci troviamo di fronte ad un capolavoro della fantascienza (e non solo) che, insieme a Solaris di Tarkovskij e Blade Runner di Ridley Scott, ha toccato picchi di perfezione quasi irragiungibili per i cineasti che son venuti dopo e costretti a confrontarvisi, compito sicuramente non semplice. Il film si basa su un soggetto di Arthur Clarke, scrittore che nel genere fantascientifico è un vero maestro,  il quale ha poi ricavato dalla sceneggiatura (scritta insieme allo stesso Kubrick) un romanzo omonimo: 2001 Odissea nello spazio. La trama è questa:  all’inizio l’uomo come lo conosciamo oggi non esisteva ancora, ma solo primati più vicini alla bestialità che all’essere umano. Un lucido e misterioso monolito, appare e ciò che prima era un meccanico e inutile trastullo, un osso, si trasforma col bagliore dell’intelligenza, in uno strumento di morte e di progresso, da lì inarrestabile, fino ad arrivare al 2001 e ai viaggi spaziali interplanetari. Un secondo monolito, totalmente uguale al primo, viene ritrovato in un cratere di Clavius, sulla Luna ed emette strani e misteriosi segnali in direzione di Giove.

Gli scienziati americani sono spinti da tale scoperta ad organizzare il primo viaggio verso quel pianeta, nella speranza di accertare da dove provenga l’oggetto misterioso. Così ha inizio l’ultimo viaggio dell’uomo, l’odissea nello spazio, alla scoperta del grande mistero dell’universo e del destino dell’uomo. Il film cerca di spiegare l’indissolubile legame che unisce l’uomo al tempo e allo spazio, l’intelligenza artificiale, l’utilizzo della scienza, la natura della divinità. Su questo film è stato scritto tanto e mi sento di condividere in pieno l’opinione di Fantafilm (una delle guide più complete sui film di fantascienza):

Mai prima era stato tanto potentemente evocato l’ignoto che attende l’uomo oltre gli ormai più o meno disvelati “vicini” planetari del sistema interno […]. Mai prima l’uomo era stato così esplicitamente riconosciuto vero protagonista, e posto con decisione al centro della scena, soggetto ed oggetto al tempo stesso di una filosofica e quasi metafisica ricerca del significato della vita, e del suo posto e del suo ruolo in un universo largamente incomprensibile nella sua infinità.

Quello che io trovo particolarmente interessante è l’intera idea su cui poggia il film, quella del viaggio verso la conoscenza ma anche del viaggio spirituale, alla ricerca di Dio. Perché 2001 Odissea nello spazio è un film dai forti connotati religiosi, anche se quando si parla di scienza e religione sembra quasi di mettere in relazione due universi totalmente slegati. Una lettura interessante per provare a capire la filosofia di fondo del film e di Kubrick stesso è un libro, “Non ho risposte semplici. Il genio del cinema si racconta”, una raccolta di interviste fatte a Stanley Kubrick da decine di giornalisti nel corso della sua gloriosa carriera. Mai come in questo caso l’epiteto di genio (spesso abusato) è meritato. Kubrick ha influenzato come pochi altri cineasti la scena cinematografica, nella incessante ricerca di una via “estrema” nel (e con) il linguaggio cinematografico che, quasi per forza di cose, doveva finire per condurre allo scavalcamento del cinema stesso. La lettura è davvero molto interessante per gli appassionati di cinema e per gli amanti dei film di Kubrick ma non pensate che il Maestro dia delle risposte definitive sull’interpretazione e sul significato dei suoi film più controversi come 2001 Odissea nello spazio. Kubrick ritiene che il film per chi lo osserva è un viaggio visivo principalmente e un viaggio interiore, attraverso la propria coscienza e sensibilità e molte volte la verbalizzazione non è necessaria, anzi dare una precisa chiave di interpretazione sminuirebbe in un certo senso la visione del film, lo renderebbe anzi meno interessante allo spettatore. Dopotutto i film, come i libri o qualsiasi altro prodotto artistico si nutrono della fantasia di chi ne fruisce.
Questo non significa che leggere i resoconti degli incontri e delle conversazioni con Kubrick sia un’attività poco proficua per comprenderne, almeno in parte, l’opera. La lettura di queste interviste anzi è il miglior modo per liberarsi dei facili miti e delle leggende fiorite intorno alla sua figura, visto che il meticoloso Kubrick esigeva di rileggere le sue dichiarazioni onde potervi apportare modifiche “a freddo”, a voler demolire ogni rischio di fraintendimento. Dopotutto il cineasta affermava:

Gli unici modi che i giornalisti hanno a disposizione per fottermi sono citarmi in maniera errata o citarmi fedelmente.

Il libro fornisce poi tante informazioni su quello che possiamo definire il “metodo” Kubrick: la ricerca di un soggetto che quasi sempre si affida al caso di letture instancabili e onnivore, la lunghissima fase di preparazione e la stesura della sceneggiatura, le riprese, naturalmente la fase più difficile da gestire, e il rapporto con gli attori, infine la fase di post-produzione (e in più di un’occasione Kubrick ha modo di sottolineare come il montaggio sia l’unica pratica originale e veramente peculiare del cinema. Nel caso di 2001 Kubrick ci parla della sua idea di Dio e della possibilità dell’esistenza di forme di vita intelligenti nell’universo:

Il concetto di Dio e la sua essenza. Non si tratta di un’immagine di Dio tradizionale, antropomorfica. Io non credo in nessuna delle religioni monoteiste della Terra, però credo che ci si possa costruire un’affascinante definizione scientifica di Dio. Una volta accettato che ci sono quasi cento miliardi di stelle solo nella nostra galassia, e che ogni stella è un sole ed è fonte di vita, e che ci sono cento miliardi di galassie solo nell’universo visibile, dato un pianeta con orbita stabile, che non sia nè troppo caldo nè troppo freddo, e dati alcuni miliardi di anni di reazioni chimiche casuali create dall’interazione dell’energia di un sole sugli elementi chimici di un pianeta, è piuttosto sicuro che alla fine la vita emergerà in una forma o in un’altra.

Non è irragionevole per Kubrick, presumere che in effetti possano esserci miliardi di pianeti del genere dove sia nata una forma biologica di vita, e le possibilità che una minima parte di quella vita abbia sviluppato una forma di intelligenza sono alte.

Ora il sole è una stella niente affatto vecchia, e i suoi pianeti rispetto all’era cosmica non sono altro che bambini, perciò mi sembra probabile che nell’universo ci siano non solo miliardi di pianeti dove la vita intelligente è di ordine inferiore rispetto all’uomo, ma altri miliardi dove è più o meno uguale e altri ancora dov’è centinaia di migliaia di milioni di anni avanti a noi. Pensando ai giganteschi passi compiuti dalla tecnologia umana in pochi millenni (meno di un microsecondo nella cronologia dell’universo), s’immagina lo sviluppo evolutivo che potrebbero aver raggiunto quelle forme di vita molto più antiche? Potrebbero essersi evolute da specie biologiche, che nella migliore delle ipotesi sono fragili involucri per la mente, a entità meccaniche immortali; e poi, nel corso di eoni innumerevoli, emergere dalla crisalide di materia trasformate in esseri di pura energia e spirito. Le loro potenzialità sarebbero infinite e la loro intelligenza inafferrabile da parte dell’uomo.

Questo processo di evoluzione cosmica c’entra per Kubrick con la natura di Dio: quegli esseri sarebbero dei per i miliardi di razze meno avanzate dell’universo, compresa quella umana, proprio come un uomo sembrerebbe un dio a una formica che in un modo o nell’altro potesse capirne l’esistenza.

Possiederebbero gli attributi simultanei di tutte le divinità: onniscienza e onnipotenza. Queste entità potrebbero essere in contatto telepatico in tutto il cosmo e quindi essere al corrente di tutto ciò che succede, intercettando qualsiasi mente intelligente con la stessa facilità con cui noi accendiamo la radio; potrebbero non essere limitati dalla velocità della luce e la loro presenza, potrebbe diffondersi fino agli angoli più remoti dell’universo, potrebbero possedere il controllo completo sulla materia e sull’energia; e nello stadio evolutivo finale potrebbero svilupparsi in una coscienza immortale collettiva e integrata. Per noi sarebbero incomprensibili, se non sotto forma di divinità ; e se un lembo della loro consapevolezza dovesse mai sfiorare la mente dell’uomo come spiegazione potremmo arrivare solo al concetto della mano di Dio.

Insomma una visione affascinante e per nulla banale. Se si è interessati a questi argomenti non posso che consigliare la lettura sia di 2001 Odissea nello spazio (nonché la visione del film ovviamente) che di Non ho risposte semplici, se si vuole conoscere qualcosa in più su Kubrick e sulla genesi e produzione di alcune delle sue opere (non solo di 2001) dalle dichiarazioni del regista stesso!

Buone letture,

Francesca M.

 

Che fine ha fatto Mr. Y? – Scarlett Thomas

ORA TU HAI UNA SCELTA

Immagina di essere una studentessa di Letteratura inglese e Filosofia alle prese con la tesi di dottorato e che nel giro di poco tempo ti succedano tre cose che ti sconvolgeranno la vita:

1. Il tuo relatore scompare misteriosamente
2. La sua scomparsa sembra legata ad un libro maledetto, “Che fine ha fatto Mr. Y”, scritto nell’Ottocento e che sembra non esistere più se non in una singola copia custodita nel caveau di una banca tedesca
3. Vieni casualmente in possesso dell’unica copia del libro.

Tu che faresti? Leggeresti il libro sfidando la maledizione oppure no? Ariel Manto (questo è il nome della ragazza), decide di leggerlo e scopre che il libro contiene la formula di un preparato omeopatico che permette a Mr. Y, protagonista del romanzo, di viaggiare nella Troposfera, un luogo “non-luogo” in cui è possibile entrare nella mente delle altre persone. Inoltre, lì puoi effettuare la Pedesis, ossia viaggiare nel tempo e nello spazio. Ariel ben presto si troverà coinvolta in qualcosa più grande di lei e a quanto pare non è la sola a conoscenza dell’esistenza del libro. Che dire, Che fine ha fatto Mr. Y è un romanzo che si muove tra scienza e fantascienza, tra filosofia e religione. Accanto alla trama vera e propria l’autrice infila digressioni riguardanti la fisica quantistica, l’interpretazione di Copenaghen e del multiverso sull’origine dell’universo e della vita, interrogativi sull’esistenza di Dio, dell’anima e di come si è sviluppata la coscienza. Non è una lettura semplice poiché se non si è interessati a questi argomenti o non si ha un minimo di dimestichezza con la fisica si potrebbero trovare alcune digressioni un po’ noiose o pedanti. Personalmente non ho trovato la lettura pesante, anzi contrariamente a molte opinioni lette a riguardo, ho trovato il romanzo molto piacevole e intrigante. Ovviamente è tutto soggettivo. Certo un qualche appunto alla Thomas avrei da farlo anche io: in primo luogo il non aver approfondito o chiarito taluni aspetti (non so se sia stata una scelta intenzionale o meno), le frequenti e un po’ forti scene di sesso forse per catturare l’attenzione del lettore e il finale affrettato. In particolare sui finali indefiniti o frettolosi della Thomas, dopo aver letto tutta la sua produzione letteraria, posso dire siano un marchio di fabbrica. In alcuni casi sono azzeccati come per esempio a mio parere ne “L’Isola dei segreti” e “Il nostro tragico universo”. Invece nel libro qui recensito e in “Popco” (probabilmente il mio preferito) la scrittrice mi ha trasmesso la sensazione di “non so come andare avanti, chiudo qui per non andare oltre e far danni!”. Detto ciò per quanto mi riguarda i pregi della Thomas quali qualità di scrittura, fantasia, originalità, erudizione superano di gran lunga i difetti, o comunque i difetti non sono così tanti da farmi sconsigliare la lettura di questo libro. Sarò forse una voce fuori dal coro ma per me questa lettura è stata stimolante, intrigante e mi ha portata a riflettere su temi non convenzionali.

Ma gli androidi sognano pecore elettriche? – Philip K. Dick

Questo romanzo di Philip K. Dick è ambientato in un futuro distopico in cui gli uomini convivono con gli androidi in comunità sparse per la galassia. La Terra è diventata quasi inabitabile per via di tempeste di sabbia che hanno portato alla desertificazione di parte del globo, nonché danni cerebrali a una vasta porzione di uomini rimasti sulla Terra. Nelle colonie gli androidi, ormai sempre più sofisticati, vengono impiegati come forza lavoro ma, alcuni di essi, decidono di scappare e fare ritorno sulla Terra dove agenti speciali, come il nostro protagonista Rick Deckard, hanno il compito di “ritirarli”, ovvero eliminarli. Il problema è che questi androidi, specialmente i nuovi modelli Nexus 6, sono talmente simili agli esseri umani che diventa difficile individuarli. Lo strumento utilizzato per verificare se un individuo è un androide o meno è quello di sottoporlo ad un test sull’empatia. Pare infatti che gli androidi non siano in grado di provare partecipazione emotiva nei confronti di altri esseri viventi, tanto meno verso altri androidi. Questo è il futuro verso cui tende l’umanità? Una progressiva perdita dei valori umani di empatia e solidarietà non solo verso il prossimo, ma verso qualsiasi essere vivente? Perché forse il punto è che non sembrano essere i nuovi modelli Nexus 6 sempre più simili all’uomo, ma al contrario sembra essere l’uomo in procinto di somigliare sempre più ad un androide, una macchina senz’anima. D’altronde il concetto di empatia è presente nel racconto anche sotto forma di pseudo-religione: il mercenearismo, che fa leva su questo legame empatico e sulla condivisione universale dell’esperienza da parte degli uomini, come se facessero parte di un’unica entità. Ma se casualmente viene fuori che questo Mercer, il Dio/Profeta dell’empatia non è altro che un ubriacone e a fare questa scoperta (ironia della sorte) non è altro che un androide, allora cosa resta all’uomo? La consapevolezza che non esistono ideali nè verità assolute e ciò porta ad un quesito ancora più angosciante: cos’è che ci rende umani? Quando l’evoluzione tecnologica avrà raggiunto un livello tale da permettere agli androidi di somigliare in tutto e per tutto agli esseri umani, empatia compresa, su cosa baseremo la nostra pretesa di superiorità che è sempre stata da fondamento all’antropocentrismo? Nel romanzo di Dick sembra che l’uomo sia diretto verso la sua stessa distruzione. In una società come la nostra, in cui il progresso tecnologico sembra ormai inarrestabile, viene spontaneo chiedersi se e quali debbano essere i limiti da porre al progresso scientifico per evitare che nel nome di tale progresso l’uomo compia qualcosa si irreparabile. Curioso è anche il fatto che nell’universo descritto da Dick il vero bene di lusso non sia possedere oggetti tecnologici o androidi ma animali veri, esseri viventi (da qui l’ironico titolo).

Questo romanzo, permeato da un cupo pessimismo, per quanto si legga velocemente per via della scorrevolezza data anche dalla brevità dei capitoli, richiede in realtà una lettura attenta, tante e complesse sono le tematiche messe in gioco. “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” è un capolavoro della fantascienza ma non solo, potrebbe essere considerato un vero e proprio trattato di sociologia. Il film che ne è stato tratto, Blade Runner, uscito nel 1982 (a quasi vent’anni dalla pubblicazione del romanzo) e diretto da Ridley Scott è anch’esso un capolavoro nel suo genere ma, essendo liberamente ispirato al libro, è da considerarsi un’opera a parte. Il regista è riuscito a coglierne l’atmosfera cupa con le ambientazioni notturne e la fotografia fredda e futuristica ed è riuscito a dare una mirabile caratterizzazione agli androidi protagonisti, ma l’opera di Dick contiene degli elementi che a mio parere lo pongono tra quei libri che tutti dovrebbero leggere almeno una volta nella vita.

 

Francesca M.